Trionfi e un gioco unico al mondo

Pep Guardiola lascia il Barcellona. L’annuncio in una conferenza stampa, in corso, con il tecnico del Barça, il presidente blaugrana Rosell e Zubizarreta. “Questa è sempre stata casa mia – ha detto Guardiola -, potete immaginare come mi senta. Sapevo già da ottobre che questa esperienza si stava concludendo. Quattro anni sono un’eternità in una squadra grande come il Barca, mi dispiace se la mia incertezza sul futuro ha generato qualche problema. Sono stanco, è il momento di lasciare. Ma sono contento e orgoglioso di quanto fatto”. Presenti in sala stampa anche i giocatori. Rosell ha annunciato che la squadra sarà affidata a Tito Vilanova.

“Més que un club”— In catalano significa più di un club. E’ questo il motto del Barcellona, che troneggia anche al Camp Nou. Se il Barça, per quello che rappresenta per l’intera Catalogna, non è solo una squadra di calcio, Pep Guardiola nei suoi quattro anni in panchina, è stato molto più di un allenatore. E’ l’uomo che ha portato i blaugrana al centro del mondo. Creando un modello impossibile da imitare sul piano del gioco. Dove la tecnica individuale dei giocatori è quasi irreale e non c’è il centravanti perché, parola di Pep, “il nostro centravanti è lo spazio che tutti possono attaccare”. Un sistema che ha portato risultati clamorosi: passeranno molti anni prima che un allenatore possa vincere 13 trofei sui 17 a cui ha partecipato. Numeri spaventosi, che sbriciolano ogni record del club e potranno incrementarsi se il Barça vincerà la finale di Coppa del Re il 25 maggio con l’Athletic Bilbao. La chiusura perfetta del cerchio prima della separazione: la prima coppa conquistata da Guardiola sulla panchina del Barça fu proprio una finale di Coppa del Re nel 2009, guarda caso con i baschi ora allenati da Bielsa.

SCOMMESSA E TRIPLETE— Guardiola arriva sulla panchina del Barcellona nell’estate 2008. L’idea è dell’allora presidente Joan Laporta, che decide di chiudere l’era Frank Rijkaard, tecnico olandese che ha riportato in alto il club centrando l’accoppiata Liga-Champions nel 2006 e 5 titoli complessivi. Quello dell’olandese è un Barça imperniato sulla classe cristallina degli ingestibili Deco e Ronaldinho. La scelta è chiara: chiavi della squadra in mano a Messi cedendo Dinho al Milan (scelta geniale a posteriori). Guardiola si affida a giocatori che faranno la sua fortuna: Xavi, Puyol, Piqué (appena ripreso dallo United), Iniesta, la coppia Dani Alves-Keita (arrivati dal Siviglia) e il neopromosso in squadra A Busquets. L’inizio non è dei migliori, ma in primavera la squadra esplode: dopo la Coppa del Re arriva anche la Liga, favorita dal calo del Real. Non è finita. Perché dopo quel famoso gol di Iniesta a Stamford Bridge nella semifinale di Champions col Chelsea, forse la rete più pesante della sua gestione per le implicazioni future, Pep confeziona il triplete battendo 2-0 a Roma il Manchester United in finale.  Quella in cui Messi firma di testa il secondo gol.

NONOSTANTE IBRA…— L’estate 2009 è quella dello scambio Eto’o-Ibrahimovic. Pep e il camerunese non si prendono e la forza nel club dell’allenatore è riconosciuta da questo scambio, in cui la società lo asseconda e deve anche investire 50 milioni per lo svedese. Non è una sessione di mercato azzeccatissima: vengono buttati anche 25 milioni per il difensore ucraino Chygrynskiy, meteora non proprio memorabile. Ibra, nonostante una prima metà di stagione ottima, un gol decisivo nel Clasico e 21 gol in 45 presenze, è un pesce fuor d’acqua nel gioco blaugrana. Tocca sempre la palla una volta di troppo, rallenta il gioco e costringe Messi a partire dalla fascia. L’annata resta comunque super: Arrivano Supercoppa europea e di Spagna, il Mondiale per club ad Abu Dhabi e la Liga. Tra il Barcellona e un altro triplete si mette l’Inter di Mourinho, che elimina i catalani in una doppia semifinale di Champions indimenticabile. Dopo il 3-1 di S. Siro in rimonta, al Camp Nou i nerazzurri resistono in 10 all’assalto blaugrana, cedendo solo 1-0. Una partita che ha delle analogie con la semifinale appena disputata col Chelsea.

RIECCO MOU— Siamo al 2010/2011. L’enigma Ibra viene risolto svendendo lo svedese al Milan pur di liberarsene. Parte con destinazione City il prezioso Yayà Touré e viene lasciato libero Henry. In entrata arrivano il laterale brasiliano Adriano, l’attaccante David Villa e Javier Mascherano, roccioso mediano argentino che presto Pep riciclerà come difensore centrale. L’annata si apre con una Supercoppa di Spagna strappata al Siviglia, prosegue con la Liga numero 21, conquistata rimanendo in testa dalla tredicesima giornata in poi e umiliando per 5-0 al Camp Nou il Real nella partita della “manita”. Mou si prende la rivincita nella finale di Coppa del Re, ma si arrende alla superiorità del Barça nella doppia semifinale di Champions. Sono tutte partite in cui Mou rinuncia a giocarsela, mettendola sulla difesa e sul fisico. Riconoscendo in partenza l’inferiorità del Madrid. Guardiola conquista la sua seconda Champions ancora col Manchester United, battendo gli inglesi 3-1 a Londra.

LA PEGGIORE— Il resto è storia recente. Il mercato estivo finalmente riporta all’ovile Cesc Fabregas, primo obiettivo di Guardiola. Con lui Alexis Sanchez, esploso a Udine con Guidolin. La stagione parte col duello di sempre, quello col Real di Mou. Che nel doppio confronto di Supercoppa spagnola stavolte se la gioca e si inchina solo a un grande Messi. Il Barça vince anche la Supercoppa europea col Porto. La novità tattica dell’anno è un maggiore utilizzo della difesa a tre. In generale si intuisce che Pep, per stimolare sempre al massimo i suoi con nuove sfide e per rendere meno prevedibile un sistema studiato da tutti i tecnici del mondo, rispetto al passato studia molte varianti. Anche troppe secondo i suoi detrattori. L’ultimo trofeo conquistato è il Mondiale per club in Giappone nello scorso dicembre: 4-0 al Santos di Neymar, giovane asso brasiliano che potrebbe arrivare a Barcellona già la prossima estate. In Liga arriva qualche passo falso di troppo, soprattutto in trasferta. Figlio più di un calo mentale che di problemi strutturali. Anche se Villa si infortuna e Pedro viene accantonato per dare minuti ai canterani Tello e Cuenca. Solo che stavolta c’è un Real che sbaglia pochissimo. La primavera riporta il Barça da meno 10 a meno 4 nel campionato spagnolo, poi arriva lo stop nel Clasico di ritorno al Camp Nou, malignamente incastrato tra le due semifinali stregate col Chelsea. Le tre partite che, dicono in molti, chiudono il ciclo del Barcellona oltre che di Guardiola.

Jacopo Gerna, La Gazzetta dello Sport

http://www.gazzetta.it/Calcio_Estero/Primo_Piano/26-04-2012/trionfi-gioco-unico-mondo-guardiola-ha-gia-fatto-tredici-911051109053.shtml

About Marc Leprêtre

Marc Leprêtre is researcher in sociolinguistics, history and political science. Born in Etterbeek (Belgium), he lives in Barcelona (Spain) since 1982. He holds a PhD in History and a BA in Sociolinguistics. He is currently head of studies and prospective at the Centre for Contemporary Affairs (Government of Catalonia). Devoted Springsteen and Barça fan…
This entry was posted in Soccer. Bookmark the permalink.

One Response to Trionfi e un gioco unico al mondo

  1. mjalemany says:

    Molt bon seguiment de la noticia. Felicitats
    Nunca estaremos lo suficientemente agradecidos a Pep Guardiola

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s